Questo Calendario vuole essere un aiuto ad affacciarsi con rispetto alla fede dell’altro, attraverso le feste che ne scandiscono i ritmi e gli eventi, un invito ad accogliere la preghiera dell’altro, così come Dio accoglie le preghiere che salgono a Lui da ogni angolo della terra.

 

IL CREATO

Le più antiche professioni di fede d’Israele (cfr. Dt 26; Gs 24; Sal 136) insistono sulla storia del popolo eletto: Dio si è manifestato affrancando un gruppo di schiavi dall’Egitto, guidandoli nel deserto, facendoli entrare nella terra promessa e donando loro un luogo sicuro dove abitare. In altre parole, il nucleo della fede d’Israele è storico, incentrato sulla vicenda dell’esodo e sul dono della terra. Eppure la Bibbia non inizia con il racconto della liberazione, ma con la creazione del mondo. Quando Israele ha confezionato il testo sacro, ha avvertito il bisogno di inserire la propria storia particolare all’interno di un quadro più ampio, cioè la creazione del cosmo. Così oggi la Bibbia inizia con la pagina della creazione, pagina che offre le coordinate fondamentali dentro le quali intendere la storia.

La scelta di porre tutta la Scrittura sotto il cappello della creazione non intende dire come è avvenuto l’inizio della vita sulla terra (la Bibbia non ha interessi scientifici), ma ricordare il “principio” dell’esistenza, cioè la relazione fra Dio e il mondo.

Proprio perché segno di una relazione, la creazione è intesa come dono della misericordia divina. Nell’ampiezza, nella varietà, nella bellezza della creazione la fede d’Israele riconosce il volto di Dio che ama le sue creature. Dio ha benedetto la realtà che ha posto nel mondo, ma nel contempo non smette di prendersi cura di essa, manifestando così la sua misericordia. La consapevolezza del dono proveniente dall’alto apre l’uomo allo stupore e gli permette di rileggere ogni avvenimento salvifico come nuova creazione.

La logica del dono comporta una profonda implicazione fra creazione e umanità: l’uomo è chiamato ad essere responsabile di quanto Dio gli ha affidato, secondo lo stile della custodia grata che esclude qualsiasi forma di padronanza.

 All’altro capo della Bibbia, nell’Apocalisse, si parla di un rinnovamento totale della creazione. Il veggente vede anzitutto «un cielo nuovo e una terra nuova» (Ap 21,1). Cielo e terra richiamano l’inizio assoluto della Bibbia: «in principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1) e rimandano alla totalità di quanto esiste. Insieme però si evoca pure l’orizzonte delle promesse profetiche: «Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente» (Is 65,17). Isaia e l’Apocalisse insistono sul carattere di novità dell’azione creatrice di Dio: il mondo di prima pare essere sostituito da quanto il Signore compie nuovamente. È chiaro che «il cielo e la terra di prima» (Ap 21,1) sono quelli attuali, rinnovati interamente dall’azione divina, nel tempo escatologico. Il veggente non parla di distruzione o di catastrofe, ma di rinnovamento radicale. Il testo insiste sulla novità: «un cielo nuovo», «una terra nuova» (Ap 21,1); poi parlerà di una «Gerusalemme nuova» (Ap 21,2), mentre la voce affermerà: «faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).

Nell’Apocalisse l’aggettivo «nuovo» è sempre riferito a contesti che riguardano il Cristo risorto: è il «nome nuovo» scritto sulla pietruzza bianca (Ap 2,17); è ancora il «nome nuovo» di Dio e il nome della «nuova Gerusalemme» (Ap 3,12) che il Santo impone; è il «canto nuovo» intonato dagli esseri viventi e dagli anziani che sono intorno al trono dell’Agnello immolato ma in piedi, cioè risorto (Ap 5,9); anche i centoquarantaquattromila intonano un «canto nuovo» davanti al trono (Ap 14,3). In altre parole, l’azione rinnovatrice è attribuita a Cristo risorto che instaura il suo Regno.

 

 Papa Francesco chiude la Laudato si’ con questa preghiera:

 Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature, che sono uscite dalla tua mano potente.

 Sono tue, e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.

Laudato si’!

Figlio di Dio, Gesù, da te sono state create tutte le cose.

Hai preso forma nel seno materno di Maria,

ti sei fatto parte di questa terra,

e hai guardato questo mondo con occhi umani.

Oggi sei vivo in ogni creatura con la tua gloria di risorto.

Laudato si’!

Spirito Santo, che con la tua luce orienti questo mondo verso l’amore del Padre

e accompagni il gemito della creazione, tu pure vivi nei nostri cuori

per spingerci al bene.

Laudato si’!

don Matteo Crimella,

Finestra per il Medio Oriente (Milano)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo Calendario vuole essere un aiuto ad affacciarsi con rispetto alla fede dell'altro, attraverso le feste che ne scandiscono i ritmi e gli eventi, un invito ad accogliere la preghiera dell'altro, così come Dio accoglie le preghiere che salgono a Lui da ogni angolo della terra. 

 

 

 LA CARITÀ

 

Ogni inizio di anno, in fondo, è un nuovo inizio. Ogni anno porta con sé tante attese, tanta speranza e tanti propositi.

Ma sarebbe impossibile seminare e vedere spuntare frutti di novità da un terreno che non fosse stato prima dissodato dalla coscienza del male commesso e irrigato dalla volontà di riparare a questo.

Non a caso, la tradizione ebraica parla di Rosh haShana (il capodanno religioso ebraico) e dei giorni successivi come di un tempo nel quale fare un bilancio dell’anno precedente e verificare se le azioni compiute sono state secondo i precetti di Dio. E anche gli ultimi giorni dell’anno sono caratterizzati da un forte senso penitenziale, definito dal suono dello shofar (corno dell’ariete) col quale al mattino si richiama ogni fedele a svegliarsi dal sonno dell’indifferenza e del peccato e a mettere la propria vita al cospetto del giudizio di Dio.

Perché tutto sia nuovo, allora, è necessario gettare via il vecchio e acquisire atteggiamenti e mentalità rinnovate. Tutti questi giorni, infatti, hanno come obbiettivo quello di suscitare nel cuore del credente la teshuva cioè il ritorno sulla strada di Dio. Tutto l’anno, dunque, dovrà essere orientato al compimento della volontà di Dio, che si esprime nell’osservanza dei precetti e che dà senso compiuto alla vita dell’uomo. E il senso compiuto dei precetti - ce lo dice Gesù - è la carità che, per questo, è ciò che dà compimento alla vita dell’uomo, a ogni suo giorno, a ogni suo sforzo, a ogni sua azione.

Quando pensiamo alla carità, abbiamo la percezione che essa sia una specifica virtù cristiana. Per alcuni versi ciò è vero ma la carità, come san Paolo la descrive nella lettera ai Corinzi, presume una radice di cui si deve tener conto: la radice ebraica.

La Tzedaka è nell’ebraismo la giustizia. Il concetto di giustizia sembra essere lontano dalla carità. Se prendiamo in considerazione la forma meno nobile della giustizia, ciò potrebbe anche essere vero. La giustizia, infatti, come ricorda Gesù nel Vangelo, può essere interpretata come spada da brandire contro chi riteniamo essere ingiusto. Ma se, al contrario, la comprendiamo nella maniera più corrispondente alla Scrittura, ci rendiamo conto che il giusto è “colui che fa la volontà di Dio”, e questa volontà corrisponde all’amore a Dio e agli altri.

Tzadic (giusto in ebraico) è un titolo di grande prestigio di cui anche san Giuseppe è insignito; gli tzadikim sono coloro che nella vita hanno vissuto la giustizia/carità, il giusto è colui che compie quegli atti in favore degli altri previsti dalla legge.

La tzedaka è un obbligo morale e religioso, e prevede che il 10% del proprio reddito (decima) sia destinato a opere benefiche o a persone in difficoltà. I giorni di feste religiose o private (come i matrimoni) sono occasioni nelle quali si deve fare tzedaka, e si destina una parte del pasto ai poveri perché anch’essi partecipino alla gioia di quella festa, perché nessuno in quell’occasione sia nella tristezza. Secondo il Talmud, infatti, il denaro tzedaka non è di colui che lo possiede ma appartiene a Dio che lo affida agli uomini perché possano provvedere alle necessità di coloro che hanno bisogno.

Mentre la più alta forma di carità, che nel lessico cristiano chiameremmo misericordia, è quella che nel contesto ebraico è definita ghemilut chassadim, cioè atti di amore gratuito. Questa mitzva (precetto religioso) non è legata a una misura (come la decima), ad un tempo prestabilito o ad una festa familiare (matrimonio, nascita di un figlio…), può essere esercitata sempre e senza che alcuno lo sappia. Ed è proprio questo ciò che rende i ghemilut chassadim atti di grande spessore spirituale: il fatto, cioè, che possano essere compiuti verso coloro che non potranno mai restituire il contraccambio. Rientrano in queste azioni il vestire gli ignudi, dare da mangiare agli affamati, seppellire i morti o visitare gli ammalati… azioni che hanno un ruolo centrale anche nel messaggioevangelico.

La differenza tra tzedaka e ghemilut chassadim risiede nel fatto che la prima può essere fatta solo ai poveri mentre i beneficiari dei ghemilut chassadim sono sia i poveri che i ricchi. Inoltre tzedaka può rivolgersi solo ai vivi mentre gli atti di “gentilezza amorevole” si possono compiere anche nei confronti dei morti, partecipando alla recita delle preghiere del kiddush e dell’Yizkor. Infine i ghemilut chassadim non sono rappresentati solo da elargizioni di denaro, come per tzedaka, ma anche atti di assistenza e di solidarietà nei confronti di coloro che li necessitano.

Dunque tzedaka e ghemilut chassadim si armonizzano: tzedaka ci ricorda che fare il bene verso gli altri è un precetto e ghemilut chassadim che quel bene non può avere solo la dimensione del dovere, delle misure o delle date stabilite.

Dall’armonizzazione dei due concetti si comprende meglio quello che dirà Gesù nel Vangelo quando affermerà: «Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate come io vi ho amato». Gesù è lo tzadik (il giusto) che compie l’atto ghemilut chassadim più alto: servire i propri nemici, cosciente del fatto che non c’è povertà maggiore di quella di colui che non si lascia amare da Dio.

Con la speranza di lasciarci servire dall’amore di Dio che si è manifestato in colui che ha dato la vita per noi vi auguro “l’shanah tovah techatemu ve tikatevu”, cioè “che il tuo nome possa essere inscritto e serbato [nel Libro della Vita] per un buon anno”.

don Fabio Fasciani,

 

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