GERUSALEMME “CITTÀ DI DIO”

Abramo “Uomo di Dio”

Tra le cose più care per ebrei, cristiani e musulmani ce ne sono certamente due: Gerusalemme e Abramo. Gerusalemme "città di Dio", Abramo "uomo di Dio": così credono ebrei, cristiani e musulmani. Ma succede che gli uni e gli altri, per motivi diversi, si ritengono gli unici "figli legittimi" di Abramo e gli unici "eredi legittimi" di Gerusalemme. Ognuno tira Abramo dalla sua parte e ognuno reclama il possesso, territoriale o solo spirituale, di Gerusalemme.

Abramo e Gerusalemme, allora, invece che un segno di unità diventano un'ulteriore motivo di discordia e di divisione. Siamo invece convinti che proprio nelle viscere di Abramo e di Gerusalemme ci sia il sentiero della pace: per questo il calendario vuole rifarsi a loro. Un sentiero di pace e di riconciliazione che passa però per la "conversione" di ognuno ad Abramo e a Gerusalemme. Non ci si può "annettere" Abramo o Gerusalemme usandoli poi come "armi" contro gli altri; occorre invece lasciarsi "annettere" e "convertire" da Abramo e da Gerusalemme per ritrovarsi trasformati, in essi, in strumenti di pace.

Abramo è l' "uomo di Dio", che ripone cioè in Dio la sua fiducia e fa di lui la sua ricchezza. Dio sceglie Abramo proprio perché Abramo possa scegliere Dio al di sopra di tutto e ricevere in Lui ogni bene: "Io sarò il tuo Dio… Io ti benedirò". Abramo, chiamato da Dio, deve rompere ogni idolatria, cioè l'innalzamento di qualcosa al di sopra di Dio, il lasciar possedere il proprio cuore da altro che non sia Dio. Per questo Abramo deve passare per continui distacchi: prima la casa, la terra, la famiglia di origine.

Ma non basta: Abramo si fa del figlio, che Dio gli ha dato, un idolo perché il suo cuore gli si è attaccato: Dio gli chiede di immolarglielo. Anche la terra che Dio gli ha promesso potrebbe diventare per Abramo un idolo e occupare nel suo cuore il posto di Dio: Abramo non ne possederà neppure una zolla e per seppellire sua moglie dovrà comprare una grotta. Abramo deve capire che il Dio che gli ha dato un figlio e una terra vale più di quel figlio e di quella terra e che la garanzia del suo futuro è Dio, non i suoi doni. Solo Dio è Dio.

Abramo sperimenta che tutto è "grazia" e non "possesso". Dio è l'unico che possiede tutto e tutto distribuisce gratuitamente. Abramo è il contrario del possesso o dell'accampare diritti, meriti, capacità, privilegi. Abramo è l'uomo spossessato di tutto perché Dio in lui sia tutto.

Ebrei, cristiani e musulmani che ritengono di essere figli di Abramo lo debbono essere in questo spossessamento, altrimenti il loro Dio non sarà il "Dio di Abramo" ma un Dio terra o discendenza carnale, un Dio che si identifica con l'appartenenza a un popolo, un Dio città o spazio geografico: ma tutto questo è idolatria, il più grande peccato e il più grande tradimento di Abramo.

Abramo ha sperimentato, in un cammino progressivo di spogliamento, il primo comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio davanti a me". Ebrei, cristiani e musulmani hanno bisogno di questo spogliamento che li porti a rinunciare spontaneamente e per fede a quanto hanno di più caro, immolandolo a Dio e diventando in questo modo degni figli di Abramo, che proprio rinunciando a tutto ebbe tutto e diventò nostro padre nella fede. Vale oggi ciò che valeva ieri: solo Dio è Dio, niente e nessun altro al posto suo.

Può sembrare un'ingenuità ma le contese, sia spirituali che materiali, tra ebrei cristiani e musulmani potranno cessare nell'intimo del cuore solo quando inizierà una gara per "rinunciare", per "privarsi" di quel possesso che imprigiona il loro cuore. Solo credendo in Dio come Abramo si potrà "cedere" e smettere di essere arroccati sulle proprie posizioni.

Solo con questa "immolazione interiore" si potrà vincere la battaglia della fede e diventare vera discendenza di Abramo. Solo dal profondo della libertà da ogni idolo, restituendo tutto come se non fosse proprio, potranno ricevere in eredità "temporanea" comune quella terra e in eredità "perenne" la vita eterna di cui quella terra è simbolo e caparra.

In caso contrario quella terra-idolo diventerà una terra di morte, come è di ogni idolo che porta alla contesa, all'odio, alla morte. Solo poggiandosi in Dio che è Provvidente e davvero "l'Unico" e "il più grande", come ripetutamente si legge nelle Scritture e si proclama nella preghiera, si sentiranno ognuno garantito e rassicurato.

Tutto questo discorso non è realizzabile su un piano politico se prima non si realizza su un piano interiore. Non richiede anzitutto manovre diplomatiche o militari, ma una conversione del cuore: il cuore dei singoli e il cuore dei popoli che ad Abramo si rifanno. Sono necessarie certamente delle mediazioni culturali e politiche, uno spiccato senso di realismo e grande destrezza pratica che noi sentiamo di non avere. Ma è altresì necessario attingere a profonde motivazioni spirituali proprio perché spirituale pretende di essere l'anima nascosta dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islamismo. Solo la conversione del cuore potrà dettare delle iniziative politiche coraggiose e dare l'audacia di svolte impensate. Anche la storia di Abramo aveva dell'impensato ma segnò l'inizio di una storia nuova: bisogna ricominciare da una fede che abbandona tutto per cominciare a scrivere una storia nuova, che sappia "ricevere" non "pretendere", "dare" non "togliere".

Anche per Gerusalemme vale la stessa cosa: può ridiventare la città "degli uomini" solo se ricomincia ad essere la città "di Dio". È Dio che abita a Gerusalemme, è lui che ne possiede le chiavi e vi fissa la sua dimora. Dio ha scelto Gerusalemme perché gli uomini capissero quanto è vicino e presente in mezzo a loro. Ha voluto che vi fosse un luogo che fosse la sua casa perché tutti gli uomini vi si sentissero di casa. Ha voluto essere il re, il capo, il costruttore e il pastore di Gerusalemme perché tutti i popoli capissero che Dio solo è re, capo, legislatore, costruttore, pastore dei destini umani. Ha voluto essere lo sposo di Gerusalemme perché cessasse ogni "adulterio" o "prostituzione" del cuore umano e perché ognuno considerasse finito il tempo della "solitudine" e della "vedovanza" e riaperto il tempo dell'amore e dell'esultanza.

Gerusalemme vuole essere "di Dio", aspira a questa appartenenza. Soffre nel sentirsi considerata "degli uomini". Vuole essere la città dove Dio dà appuntamento a tutti gli uomini per conferire ad essi una cittadinanza comune: soffre nel sentirsi imprigionata da alcuni a danno di altri. Proprio a Gerusalemme la fede di Abramo viene posta a un bivio e messa alla prova: credere nel "Dio di Gerusalemme" o a "Gerusalemme come se fosse il proprio dio". Proprio sulla roccia di Gerusalemme, credono gli ebrei, Abramo fu disposto a sacrificare suo figlio; proprio sulla roccia del Golgota, credono i cristiani, Gesù fu disposto a immolarsi per Dio e a offrire la sua vita per gli uomini; proprio sulla roccia della cupola dorata, credono i musulmani, Maometto fu portato fino a Dio.

Gerusalemme rimanda a qualcosa, anzi a "Qualcuno", di più alto di sé, altrimenti è un inciampo sulla via di tutti. C'è qualcosa che "visivamente" dice questo: la valle del Cedron, sul fianco destro di Gerusalemme, dove amano farsi seppellire ebrei, cristiani e musulmani perché da tutti ritenuta la valle del giudizio e della risurrezione.

È Dio che raduna le nazioni davanti a sé, è Dio che giudica i popoli, è Dio che pone un termine alla storia, è Dio che dà la Vita e sconfigge la morte. Una Gerusalemme che uccide e che mette i suoi figli gli uni contro gli altri è una Gerusalemme tradita e offesa. Ebrei, cristiani e musulmani sono chiamati a convertirsi alla Gerusalemme-madre, alla Gerusalemme-di Dio, alla Gerusalemme-presenza di Dio tra le nazioni, alla Gerusalemme-giudizio di Dio sui popoli, alla Gerusalemme-rivelazione dell'amore, della salvezza e della pace di Dio.

La gara di quanti aspirano a possedere Gerusalemme deve essere una gara a lasciare che Dio la possegga come casa destinata in eredità spirituale, simbolica e materiale a tutti i suoi figli. Una Gerusalemme-idolo è una Gerusalemme pericolosa, una Gerusalemme-città santa di Dio è una Gerusalemme fonte di speranza per tutti. Tutto questo, ancora una volta, non è una dissertazione politica su Gerusalemme ma una visione di fede, l'unica che possa rendere giustizia a una città nata dalla fede e perciò l'unica capace di far maturare svolte coraggiose e inedite, traducibili sul piano politico, civile, giuridico.

È chiamato a convertirsi il cuore di Israele, è chiamato a convertirsi il cuore della Chiesa, è chiamato a convertirsi il cuore dell'Islam: chi si convertirà di più sarà più degno di essere cittadino di Gerusalemme e, invece del lutto continuo che copre le nazioni, aiuterà a risollevare nella gioia il capo di tutti i popoli.

Questo calendario vuole essere un aiuto: guardando le foto di Gerusalemme e leggendo i brani su Abramo potremo distaccarci e vedere tutto con gli occhi di Gerusalemme e con quelli di Abramo, che sono poi gli occhi di Dio. Celebrando le proprie feste e ricordando quelle altrui potremo viverle più in profondità, purificandole, se necessario, da ogni traccia di durezza, di odio, di contrapposizione, di sentimenti di superiorità. Dio non vuole essere festeggiato da qualcuno contro un altro, ma da ognuno a favore degli altri.

Per ogni mese sono riportati brani riguardanti Abramo, tratti dall'Antico Testamento (per gli ebrei), dal Nuovo Testamento (per i cristiani) e dal Corano (per i musulmani). Vanno letti, ma soprattutto meditati, passando dalla lettura alla riflessione, alla purificazione, alla conversione, in modo che Dio possa scrivere sul nostro cuore quello che scrisse sul cuore di Abramo.

Le fotografie riportano immagini di Gerusalemme, in particolare luoghi significativi per l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam. L'occhio del corpo non basta. Occorrono gli occhi dell'anima, per poter cogliere quello che Dio ha voluto scrivere col suo dito sulle mura di Gerusalemme. Assieme alle feste religiose, riportiamo anche quest'anno le principali feste civili di alcuni paesi mediorientali (Turchia, Libano, Siria). È un modo per conoscerne la storia. Purtroppo spesso si festeggiano guerre, scontri, rivoluzioni. Riconoscere e distinguere le grandezze e i peccati dei popoli non è facile, perdonare e farsi perdonare ancora meno. Ma anche questo bisogna aiutarsi a fare.

 

MEDIO ORIENTE INCONTRO DI FEDI

Perché chiamare INCONTRO DI FEDI un calendario quando in realtà il Medio Oriente è troppo spesso un luogo di SCONTRO di fedi, di popoli, di etnie, di culture, di nazioni? Per tre motivi:

Perché vuole essere un invito a “incontrarsi” proprio con coloro con cui, eventualmente, siamo portati mentalmente a “scontrarci”, ad ignorarci o a guardarci con sospetto. Un invito rivolto a tutti: musulmani, ebrei, cristiani. Conoscere è l'inizio per sapere, sapere è l'inizio per capire, capire è l'inizio per parlarsi. Parlarsi è la possibilità di testimoniarsi a vicenda ciò che si porta nella mente e nel cuore, perché ognuno possa cercare con libertà la verità, la luce, il bene e lasciare ad altri la stessa libertà. Non siamo chiamati a condividere ma a parlarci con rispetto: con la forza delle proprie convinzioni, non con la forza dell'imposizione o del disprezzo. La verità è abbastanza attraente da essere desiderabile per sé stessa e abbastanza forte da farsi strada da sé. Chi la impone non le crede e si sostituisce ad essa. È Dio che converte, gli uomini devono lasciargli le porte aperte e accendere davanti ad esse la luce della propria testimonianza.

Vuole essere un desiderio e un augurio che questo accada. Motivi di grave pessimismo non mancano. Ma la speranza ha una forza che viene dalla fiducia che il cuore umano, nonostante le sue malattie, è fatto per incontrarsi non per scontrarsi. La speranza ha una forza che viene da Dio che lavora instancabilmente e profonde la sua grazia di illuminazione, di riconciliazione e di conversione.

Vuole essere una preghiera che sale a Dio: «Padre, che si compia, per tua grazia, ciò che tu dicesti per mezzo del profeta: “Trasformeranno le loro lance in falci, le loro spade in vomeri. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra... perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Isaia 2,4 e 11,6-9).

E l'altra preghiera su Gerusalemme: “Di te si dicono cose stupende città di Dio... Tutti là [cioè a Gerusalemme] sono nati. Il Signore scriverà sul libro dei popoli: là costui è nato” (salmo 87,3.5)».

Questo calendario vuole essere un aiuto ad affacciarsi con rispetto alla fede dell'altro attraverso le feste che ne scandiscono i ritmi e gli eventi, un invito ad accogliere la preghiera dell'altro così come Dio accoglie le preghiere che salgono a Lui da ogni angolo della terra. Sarà Lui a purificarle e a farne un'unica corona di gloria per sé.

Continuiamo a segnalare (per ora solo per la Turchia, il Libano e la Siria) anche le principali festività civili delle nazioni e dei popoli del medio oriente. È un modo per conoscerne la storia. Purtroppo spesso si festeggiano guerre, scontri, rivoluzioni. Glorie e vergogne, grida di vittoria o di pianto si accavallano. Come ci sono le grandezze e i peccati personali, così ci sono le grandezze e i peccati dei popoli. Riconoscerli e giudicarli non è facile, perdonarsi ancora meno. Ma anche questo bisogna aiutarsi a fare, rileggendo con umiltà (a volte con giusto orgoglio a volte con rossore) il proprio passato.

Buon anno allora! Un anno per accogliere tanti giorni quanti Dio ce ne vorrà dare. Un anno per sfogliare il nostro tempo come un tempo di grazia (cosa mi darai Signore? «.. .nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia...») e un tempo di risposta (cosa ti darò io Signore? «.. .nella luce e nelle tenebre, nella santità e nel peccato...»}. Un anno per attraversare la storia degli uomini come Gesù, che «passò in mezzo a noi beneficando e sanando tutti». Un anno per avvicinarci di più all'eternità vivendo ogni giorno come se fosse l'ultimo, prima di riconsegnare a Dio i! tempo, la vita, i luoghi e le persone che ci ha affidato.

Per ogni mese sono riportati piccoli brani di tre autori spirituali del Medio Oriente: HILLEL per l'ebraismo, ISACCO DI NINIVE per l'Oriente cristiano, YUNUS EMRE per l'islamismo.

Riportiamo per ognuno di essi poche essenziali notizie.

HILLEL, nato in Mesopotamia verso il 70 avanti Cristo e morto a Gerusalemme verso il 10 dopo Cristo, è fondatore di una scuola di pensiero e di spiritualità di grande importanza nella formazione del Talmud, cioè la raccolta di leggi, di commenti e di riflessioni sulla Torah, la legge data da Dio a Mosè. ISACCO DI NINIVE, anche lui della Mesopotamia, è un autore spirituale siro del VII secolo. Visse prima da monaco, poi fu eletto vescovo di Ninive. Dopo pochi mesi tornò alla vita monastica ed eremitica, divenendo maestro nella vita cristiana e nella ricerca, come lui la chiamava, dell'“ebbrezza di Dio”. YUNUS EMRE è nato e vissuto in Turchia nel XIII secolo. Le sue poesie sono tutte pervase da un profondo amore per Dio. I suoi versi continuano ad ispirare folle di innamorati di Dio nell'Islam.

L'accostamento di questi autori non vuole essere un “minestrone” per affogare le diversità e costruire forzosamente un'unità che viene solo da Dio. Vuole essere un atto di “meraviglia” di come Dio si ricavi un posto nel cuore dei suoi figli e una constatazione che, come diceva S. Pietro, «chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto». E aggiungeva, a chi lo rimproverava: «se lo Spinto Santo è sceso in loro come era sceso in noi, chi sono io per porre impedimento a Dio?» (Atti degli apostoli 10,34 e I 1, 17).

LE FOTOGRAFIE Per ogni mese ci sono foto di bambini di alcune nazioni del medio oriente. Sono patrimonio comune, dono di Dio per tutti, chiamata a farci come loro. Sono i più colpiti dall'odio, ma i primi a gioire per l'amore.

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