Lo straniero

La stranierità

La lettera agli Ebrei, rileggendo l’intera vicenda della storia della salvezza secondo la categoria della fede, a proposito del patriarca Abramo afferma: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,8-10). Il patriarca è colui che vive da straniero in terra straniera. La vicenda di Abramo inizia con una parola di Dio: il Signore gli ordina di uscire dalla propria terra (cfr. Gen 12,1) per andare verso un’altra terra; una terra promessa ma straniera e sconosciuta. In realtà Abramo in quella terra resterà sempre e solo uno «straniero e residente (gher wetoshab)», come si definisce egli stesso (cfr. Gen 23,4) allorché deve trattare con gli Ittiti per acquistare un piccolo appezzamento di terra per seppellire la moglie Sara.

La “stranierità” non caratterizza solo il padre dei credenti. Quando il popolo d’Israele entrerà in possesso della terra di Canaan, dopo quarant’anni di cammino nel deserto, avrà la tentazione di rivendicare la proprietà di quel territorio; dovrà invece abitarvi da straniero: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti (gherim wetoshabim» (Lv 25,23). Anche i cristiani sono segnati dalla medesima sorte. Lo scritto A Diogneto, un anonimo documento delle primissime generazioni (II secolo d.C.), definisce i cristiani con un termine curioso, pároikoi, cioè «stranieri residenti», termine che darà origine al sostantivo “parrocchia”. Afferma: «I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere. […] Risiedono in città sia greche che barbare, così come capita, e pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri (pároikoi); rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri (xénoi); ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera» (5,1-2.4-5). I cristiani cioè si considerano persone di passaggio, uomini e donne che non godono di tutti i privilegi di chi è cittadino e quindi ha tutti i diritti. Del resto negli stessi termini si era espressa la Prima lettera di Pietro, definendo i credenti in Cristo come «stranieri residenti e pellegrini (pároikoi kaì parepídemoi)» (2,11). Infatti, la cittadinanza del cristiano è solo quella del cielo (cfr. Ef 2,19), fino al punto che la “stranierità” definisce l’interiorità dell’uomo, in attesa della piena manifestazione del Signore.

L'accoglienza

Se il patriarca Abramo è rappresentato come uno straniero, egli è pure colui che accoglie generosamente gli stranieri all’ingresso della propria tenda. Nel celebre episodio di Gen 18 il patriarca, alla vista di tre sconosciuti, corre loro incontro prostrandosi fino a terra e dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo» (Gen 18,3-5). Questa scena è stata immortalata da un’icona scritta da Andrej Rublëv (1420). La composizione vede la presenza di tre angeli seduti su scranni intorno ad una tavola; sullo sfondo si vede una montagna, una quercia e un edificio. Al centro della composizione v’è il calice eucaristico che contiene una testa d’agnello. Il posto dell’agnello immolato per la liberazione dall’Egitto è stato preso dal Figlio, il Verbo di Dio. Le figure angeliche ai lati formano anch’esse la forma di un calice, quasi a dire che il mistero trinitario di Dio risplende nella Pasqua del Figlio. La figura di destra è lo Spirito santo: è lo Spirito che conduce verso il Figlio e verso il Padre, cioè nell’intimità di Dio. Il Figlio sta al centro, Parola eterna di Dio e rivelazione del Padre. L’azzurro del suo mantello rimanda alla sua divinità e la sua umanità si legge nel rosso del vestito e nel movimento della mano destra che lambisce il calice e s’identifica con quei doni. Lo sguardo del Figlio è rivolto al seno del Padre (cfr. Gv 1,18): in un abbandono fiducioso il Figlio scruta incessantemente le profondità del Padre. Che cosa manca in questa icona? Abramo e Sara: i due anziani hanno accolto gli ospiti stranieri, ma in loro Dio stesso è stato accolto. E proprio qui si congiunge l’interpretazione esegetica con quella artistica. Lo straniero era Dio e quella visita portò ad Abramo il dono della vita e della posterità: dal grembo sterile e morto di Sara verrà Isacco, il figlio della promessa.

L’accoglienza di Abramo verso gli sconosciuti che si riveleranno emissari divini è narrata anche nel Corano: «Non t’è giunto il racconto dei due ospiti d’Abramo, onorati? Quando essi entrarono da lui e gli dissero: “Pace!” e rispose: “Pace!” soggiungendo fra sé “è gente sconosciuta!”. E se ne andò dai suoi e tornò portando un vitello grasso che presentò loro e chiese: “Non mangiate dunque?”. E concepì di essi timore, ma essi gli dissero: “Non temere!”» (Sura 51, 24-28). L’episodio è raccontato più volte nel Corano, così come molte sono le sure che esortano i Musulmani ad essere ospitali, anche con gli stranieri. Il viandante e il pellegrino godono infatti di una particolare attenzione, poiché secondo la tradizione islamica, l’ospitalità è concessa a chiunque bussi alla porta, senza che l’anfitrione chieda la provenienza, l’appartenenza religiosa e nemmeno il nome. Lo stesso vale per l’asilo. Ed è un’accoglienza non formale, ma che deve corrispondere a un sentimento di bontà: «Adorate Dio e non adorate nessun’altra divinità insieme a lui! Usate bontà con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, il vicino che vi è parente e il vicino che vi è estraneo, il compagno di viaggio, il viandante e gli schiavi che possedete; Dio infatti non ama chi è superbo e presuntuoso» (Sura 4, 36).

Lo straniero, però, non è solo l’altro, il diverso. Lo straniero abita nel nostro cuore, è dentro di noi, è la nostra ombra, è la faccia nascosta della luna che alberga nell’anima nostra. Solo quando ospiteremo lo straniero che abita in noi accoglieremo lo straniero che ci sta di fronte non come tale ma, nella sua diversità, come fratello.

don Matteo Crimella

Finestra per il Medio Oriente (Milano)

 

 

I Comandamenti

La rivelazione di Dio nell’Antico Testamento è sintetizzata dal popolo d’Israele per mezzo del termine Torah. Più che «legge» la Torah è l’«istruzione» e ancor più precisamente l’istruzione relativa al cammino, l’indicazione sulla via da prendere, la «via della vita».

Tale istruzione non può essere compresa unicamente analizzando il significato delle singole parole; occorre riferirsi alla storia, ovverosia alla vicenda vissuta da Mosè e dal popolo d’Israele a partire dal momento iniziale, la liberazione dalla «casa di schiavitù» in Egitto. In altre parole: all’origine v’è l’iniziativa esclusiva e gratuita di Dio che ha operato grandi cose nei confronti del suo popolo, liberandolo dalla condizione servile.

La “pretesa” di Dio è che Israele riconosca nell’esperienza dell’Esodo una «promessa» capace di suscitare un incondizionato consenso. La Torah, e le dieci parole in particolare, sarebbero fraintese se non si riconoscesse il loro carattere di promessa. E così spesso sono stati intesi i comandamenti, in senso quasi “mercenario”, qualcosa da adempiere per ottenere vantaggi. Invece solo riconoscendo il carattere di “istruzione” a proposito di quel cammino di cui Dio ha preso l’iniziativa e del quale egli solo conosce la meta, il popolo esprime il suo consenso alla promessa di Dio. Al di là del mare aperto dal Signore, infatti, non v’è la terra promessa ma il deserto. Solo a prezzo di riconoscere il carattere promettente della liberazione di Dio sarà possibile credere e dunque camminare nel deserto. Diversamente quel lungo itinerario sarà letto solo come una terribile condanna.

La tradizione ebraica ricorda in continuazione il nesso fra l’Esodo e l’obbedienza ai comandamenti. Tale obbedienza infatti non è secondaria ma certamente seconda all’esperienza della liberazione, del cammino nel deserto, del dono della manna, dell’acqua sgorgata dalla roccia.

Dalla professione di fede nel Dio unico sgorga la visione profondamente unitaria dei comandamenti. Afferma il Midrash: «I dieci comandamenti sono così strettamente connessi che la violazione di uno porta il più delle volte a trasgredirne un altro per tacere poi della corrispondenza che lega i primi cinque, incisi su una tavola, agli ultimi cinque, che occupano la seconda. Il primo comandamento, “Io sono il Signore Dio tuo”, risulta pertanto speculare al sesto, “non uccidere”, giacché l’assassino annienta l’immagine di Dio. Il secondo, “non avere altri dei oltre a me”, trova una corrispondenza nel settimo: “non commettere adulterio”, dal momento che l’infedeltà coniugale è un peccato grave quanto l’idolatria, che tradisce l’Eterno. Al terzo che dice “non nominare il nome del Signore tuo Dio invano” fa da contraltare l’ottavo, “non rubare”, perché il furto conduce inevitabilmente a giurare il falso. Il quarto invita a ricordare il giorno di sabato per santificarlo e il nono esorta a non attestare il falso contro il prossimo: ebbene, colui che adduce falsa testimonianza contro il prossimo è come se lo facesse contro il Signore, sostenendo che non ha creato il mondo in sei giorni mentre il settimo, il sabato, si è riposato. Il quinto comandamento dice infine: “onora tuo padre e tua madre” e trova eco nell’ultimo, “non desiderare la donna del tuo prossimo”, perché colui che si crogiola della lussuria genera figli che non onoreranno il loro vero padre e lo considereranno invece un estraneo».

È ancora molto diffusa l’idea che la relazione fra Antico e Nuovo Testamento sia da leggere per mezzo delle categorie figura-realtà, falso-vero, ombra-corpo. Una tale lettura giunge subito, in un modo o nell’altro, all’idea del superamento e della sostituzione: l’ombra è stata sostituita dalla realtà, Israele dalla Chiesa, i dodici figli di Giacobbe dagli Apostoli, la circoncisione dal Battesimo, la Pasqua antica dalla nuova. I comandamenti risultano così superati dalle beatitudini. Ma non v’è alcuna sostituzione: nella fede in Gesù riconosciuto come Messia e Figlio di Dio, i credenti partecipano alla benedizione promessa ad Abramo e hanno il dono della salvezza. In quest’ottica i comandamenti mantengono il loro valore all’interno delle radicali esigenze del vangelo. Al giovane ricco che si è accostato al Maestro, Gesù ha ricordato i comandamenti, per poi invitarlo alla sequela (cfr. Mt 19,16-22).

L’islam si pone su un piano differente, a motivo del Libro, il Corano. Quest’ultimo, infatti, non è tanto da paragonare con la Bibbia (quasi che l’uno e l’altra siano parimenti due “testimonianze” della “Parola di Dio”); il giusto parallelismo è Corano-Cristo, l’uno e l’altro – rispettivamente alla propria struttura religiosa – rappresentano il “segno assoluto”, il simbolo di un evento. Il Corano è infatti segno e sigillo di un’alleanza che stabilisce Dio come Signore e l’uomo come sottomesso. Chiarita questa essenziale differenza non mancano brani che alludono all’Antico Testamento (o addirittura lo citano). Celebre è la Sura I greggi: «Di’: Venite e vi dirò io che cosa il vostro Signore vi ha proibito. Egli vuole che non adoriate altri dei accanto a lui, che siate buoni con i genitori, che non uccidete i vostri figli col pretesto che siete poveri (provvederemo noi a voi e a loro), che vi teniate lontani dalle cose turpi esteriori e interiori e che non uccidiate gli uomini che Dio ha proibito di uccidere, se non per giusta causa. Ecco ciò che Dio vi comanda, nella speranza che ragioniate» (6,151).

don Matteo Crimella

Finestra per il Medioriente (Milano)

076344